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Studio
e Lavoro
Studio
e Lavoro sono i temi delle quattro tele inserite sul
fronte del padiglione emiliano-romagnolo ai lati
dell’ingresso ad accogliere i visitatori. Il volume che
Giuseppe Agnelli scrisse per l’occasione – Il
Padiglione Emiliano Romagnolo a Roma nel Cinquantesimo
anno dell’Unità d’Italia - corredato da un nutrito repertorio
fotografico, riporta i nominativi di tutte le maestranze
coinvolte nell’impresa, professionisti artisti e
artigiani, dai progettisti ai muratori esecutori; per
ciascuna città compaiono i nomi dei più prestigiosi
pittori e operatori dei settori artigianali dei luoghi
al seguito degli esponenti della cultura artistica e
letteraria, a cominciare da Alfonso Rubbiani, ideatore e
depositario del volto neomedievale di Bologna esaltata
da Giosuè Carducci al ravennate Corrado Ricci, direttore
generale delle Antichità e Belle Arti, peraltro voce
critica della completa applicazione dei progetti per
Roma 1911.
Lo Studio, conosciuto
per ora solo dalla fotografia e non ancora rintracciato,
opera di Domenico Ferri in sintonia con le più celebri
invenzioni pittoriche di Adolfo de Carolis impegnato al
momento nell’impresa di Palazzo del Podestà, è indicativo
dell’identità preclara dell’Università di Bologna quale
prima sede accademica d’Italia; è un compendio di esibizioni
simboliche, corpi e monumenti insieme, figure quasi sacrali
per la città della giurisprudenza al servizio del buon
governo sotto la protezione dei celebri glossatori di cui si
intravedono le tombe sullo sfondo. L’immagine non è puramente
rappresentativa, suggerisce altri significati rivelatori di
una esistenza non oggettiva delle cose bensì ideale,
proiettata comunque a dare un preciso significato alla
tradizione dello Studio bolognese quale fucina ininterrotta
del sapere.
Se l’Agricoltura di
Majani può definirsi una vera e propria allegoria, vale a
dire una rappresentazione esplicita per immagini di una
realtà precisa, resa da elementi concreti perfettamente
riconoscibili, la Bonifica di Magrini è una partitura
complessa per una sceneggiatura narrativa di una storia
antica che si ripete nel presente a riscattarne tutto il
valore. Animato dal michelangiolismo dei corpi, il dipinto
esibisce il lavoro come espressione titanica dell’energia
dell’uomo volto a convertire le forze della natura da
nemiche a supporti del progresso e della civiltà.
L’allusione al risanamento delle valli paludose è esplicita:
l’uomo si trasfigura nell’eroe, gli atti e gli sforzi
muscolari degli astanti rispondono ad una logica oratoria
che discende dagli esempi, divenuti ideali, delle prime
raffigurazioni del lavoro di fine secolo di ascendenza
divisionista, trovando anche nella pittura a sfondo sociale
un altro presupposto.
Un ascendente diretto sembra essere l’Allegoria
del Lavoro che Carlo Carrà dipinse nel 1905
per la Cooperativa Pittori e Imbianchini di Milano presso
cui lavorava come imbianchino, un quadro del tutto
simbolista che nell’iconografia influenzerà non poche
immagini del lavoro e dei lavoratori successive, fino al
manifesto per l’Esposizione Industriale di Torino del 1911.
Magrini è l’artista che più degli altri ricerca in un
passato arcaico le radici e le ragioni strumentali per
ripartire “dal basso”, ovvero dal territorio, verso la
riconquista delle terre tiranneggiate dalle acque; egli
esprime lo stretto rapporto di saldatura fra l’immagine e lo
spazio deputato alla rappresentazione, cioè le valli
primitive nel loro aspetto, ma addomesticabili dall’uomo.
L’Agricoltura di
Majani ne è la “opportuna rispondenza” (Agnelli), ovvero la
conseguenza della bonificazione idraulica che apre la strada
ad un mondo georgico sul quale regna una divinità agreste
dispensatrice di doni: Pomona. Qui il tenore allegorico
vince sul racconto con una ingegnosità sintetista di motivi
del lavoro contadino che l’artista aveva affrontato
direttamente sul reale quattro anni prima in soggetti a
sfondo sociale sulla vita dei campi. Il contadino riceve
pomi dalla dea che altro non è se non il perno simbolico dei
suoi stessi gesti stagionali con i quali crea la ricchezza
dei raccolti di cui è quindi artefice primario e insieme
depositario. Siamo fra lirismo ed evocazione mitica,
elementi propri del decorativismo dell’epoca che soprattutto
in Adolfo de Carolis trovavano ampia espressione, con una
forte propensione al piacere del pittoresco e
dell’illustrazione colta. Il lavoro, convertito da fatica a
dignità operativa, è qui anche elemento etnofolklorico della
periferia rurale che deve costituire un poderoso
ricostituente per le sorti future del paese.
A rimarcare il volto
dell’Emilia Romagna in cammino, la Ceramica di Lolli
rispondeva, nella costante connessione passato-presente, dei
fenomeni di risorgimento dell’economia artigianale ancorata
sulle aspirazioni degli “eredi” delle genialità locali del
Medio Evo e del Rinascimento: la ceramica come ininterrotta
vocazione faentina poteva ben rappresentare il modello
artistico-industriale cui affidare una produzione di alta e
riconosciuta qualità tecnica e tecnologica, improntata alla
miglior tradizione figurativa. Qui il precedente risiedeva
nei brillanti risultati ottenuti dalla Esposizione
Internazionale torricelliana di Faenza del 1908, nella quale
la ceramica aveva fatto la parte del leone guadagnando alla
città anche un inedito museo delle ceramiche,
soggetto anomalo nel panorama museale italiano, intessuto
fra storia, tecnica e industria. Il dipinto esibisce la
scena tipica di una bottega storica (si pensi che la mostra
di Roma, nelle ricreazioni della sezione etnografica,
comprendeva anche una fornace dove si cuocevano oggetti in
ceramica, una sorta di suggestivo tableau vivant)
dove fervono i lavori di tornitura, decorazione e cottura.
Ma se campeggia in primo piano l’operaio magazziniere in
posa dinamica, sono le ceramiche ad accaparrarsi la scena,
ordinate in un ricco repertorio di forme coincidenti con le
opere che dettero vita al museo faentino: un colpo da
maestro, suggerito senza dubbio da Gaetano Ballardini primo
direttore e membro del comitato esecutivo del padiglione per
la città di Ravenna. Vengono perciò qui a coincidere
simbolicamente, per campioni reali, tutti gli elementi
dell’epopea del vasaio, operaio dell’industria e interprete
di bellezza, cui è affidata la rappresentazione della storia
e insieme la rianimazione di prodotti speciali. In
dimensione narrativa, ancora una volta il lavoratore è
soggetto centrale nello sviluppo del paese.
Jadranka Bentini
CLETO
CAPRI
Mietitura (Flava Ceres)
Firmato in b.d. Cleto
Capri
Olio su tela, cm. 186 x 280
(con cornice originale cm. 226 x 315)
Bologna, Collegio Artistico Venturoli
Al termine del primo
ciclo di studi presso il Collegio Artistico Venturoli
(1885-93) al giovane Cleto Capri fu assegnato il “premio
Angiolini”, una borsa di studio quadriennale che gli
consentì di completare la propria formazione anche con
brevi soggiorni a Roma e a Venezia. Alla fine di ogni
anno lasciò al Collegio vari dipinti, alcuni legati
proprio a questi viaggi, mentre a conclusione del
quadriennio lasciò un grande quadro, indicato dal
Rettore del Collegio con il titolo “Flava Ceres”.
Le dimensioni e il tema raffigurato non lasciano dubbi
sulla corrispondenza con Mietitura, titolo
indicato nella cornice originale. L’opera fu esposta nel
2001 alla mostra “Norma e arbitrio: architetti e
ingegneri a Bologna 1850-1950” con il titolo
Mietitura a Sabbiuno; il vasto paesaggio collinare
pare infatti riferirsi a quel tratto dei colli bolognesi
caratterizzato dai profondi calanchi che affiancano la
strada tracciata sul crinale di Sabbiuno. Le misure
impegnative della tela e la straordinaria abilità
pittorica con la quale l’artista riesce a coniugare
l’attenzione per il tema sociale con la sensibilità
coloristica nei confronti del contesto paesaggistico,
segnano un traguardo e una tappa importante nel percorso
del giovane Capri, ormai ben inserito nell’ambiente
artistico bolognese, animato da vivaci e poliedriche
figure di artisti. Sono gli anni in cui Rubbiani e i
suoi collaboratori (Collamarini, Tartarini, Casanova,
Sezanne) avviano le decorazioni in stile floreale delle
cappelle della Chiesa di S. Francesco, e al contempo
viene fondata l’Associazione per le Arti “Francesco
Francia” che, con le mostre allestite nel Salone del
Podestà e l’esposizione dei lavori presentati per i
concorsi (Baruzzi e Curlandese), stimola l’attività di
molti giovani e il confronto tra generazioni. Sono per
Capri anni decisivi, infatti negli scritti conservati
presso il Collegio dichiara un forte interesse per la
decorazione murale, alla quale poi si dedicherà con
assiduità senza però trascurare l’attività pittorica.
Cleto
Capri
(Bologna 1873-1965) entrò dodicenne al Collegio
Artistico Venturoli (istituzione nata nel 1820 per volontà
dell’architetto Angelo Venturoli allo scopo di preparare e
sostenere giovani artisti), completando il primo ciclo di
studi fra il 1885-93 ottenendo, tramite il “premio
Angiolini”, di restare nel Collegio fino al ’97. Ebbe per
maestro di decorazione Alfredo Tartarini e per compagni
Giuseppe Romagnoli e Alberto Pasquinelli, con i quali
collaborerà nell’ambito dell’Aemilia Ars,
cimentandosi in vari settori delle arti applicate. Dal ’95
aderì con assiduità alle mostre dell’Associazione per le
Arti “Francesco Francia”, tanto che nel 1913 si fece
promotore con Majani, Baruffi, Collamarini e altri, di un
nuovo programma per la Società. Nel ’98 partecipò
all’Esposizione Generale Italiana di Torino insieme ai
più importanti pittori bolognesi dell’epoca; nel 1900
collaborò alla rivista Italia ride diretta da Majani,
nel 1905-06 partecipò alla Mostra degli Amatori e
Cultori di Belle Arti di Roma e all’Esposizione
Internazionale di Milano. Una consolidata esperienza
nella decorazione murale gli permise di vincere la gara per
il Padiglione Emiliano Romagnolo, realizzato a Roma
per il 50° anniversario dell’Unità d’Italia. L’attività di
pittore e di decoratore proseguì in parallelo, infatti
all’inizio degli anni ’30 si occupò delle decorazioni per
la nuova Tesoreria della Banca d’Italia di Bologna,
e nel ’32-33 partecipò a mostre collettive con paesaggi
di soggetto veneziano.
DOMENICO
FERRI
Lo Studio (Studium)
Firmato in b.s. D. Ferri
Olio su tela, cm. 227 x 337
Proprietà del Comune di Bologna
(collocazione attuale ignota)
I
documenti dell’Archivio Storico Comunale segnalano che i
quattro dipinti ideati per il Padiglione Emiliano
Romagnolo furono donati al Comune di Bologna
dalla Commissione Esecutiva Regionale, come
attesta la lettera inviata dal Presidente della
Commissione Piero Bianconcini al Sindaco Giuseppe Tanari
il 19 novembre 1910. Al rientro da Roma è probabile che
le tele siano state collocate nel Palazzo dei Notai,
come segnala il carteggio intercorso nel 1922 tra il
Comune e l’Associazione Generale fra gli impiegati
civili in Bologna, relativo alla richiesta del
Presidente dell’Associazione di avere in deposito due
pannelli per ornare il salone delle assemblee nel
palazzo di via Zamboni 32 (oggi sede del Dipartimento di
Filologia classica e Italianistica). Con il permesso
della Soprintendenza le tele di Ferri e di Majani furono
trasferite presso l’Associazione, alla quale il Comune
rinnovò la concessione nel 1929 conservando la proprietà
delle opere. Dopo tale data non si hanno più notizie del
dipinto di Ferri, mentre gli altri tre pannelli
confluirono in date imprecisate alla Galleria d’Arte
Moderna.
La tela di
Domenico Ferri (Castel di Lana, Ascoli Piceno 1857 - Bologna
1956) era stata collocata sul fronte del Padiglione a
sinistra dell’ingresso principale, accanto a quella di
Majani. La composizione allegorica, evocativa delle origini
dello Studium bolognese, focalizzava
l’attenzione sul personaggio del giovane lettore seduto,
circondato da tre figure togate recanti le insegne
rettorali. Idealmente ambientata in prossimità delle Tombe
dei Glossatori e della chiesa di San Francesco, la scena era
dunque un richiamo ad Accursio e alla gloriosa scuola dei
giuristi; il rimando al restauro dei tre sepolcri
duecenteschi, realizzato da Alfonso Rubbiani fra il 1888-93,
pare una citazione dell’episodio allegorico proposto
nel 1908 da Adolfo De Carolis per il ciclo decorativo del
Salone del Palazzo del Podestà. Fra i pittori incaricati di
celebrare le glorie regionali Ferri era l’unico non
emiliano, ma bolognese d’adozione fin dal 1896, artista
stimato ed esperto nella pittura su grandi superfici. La sua
formazione, iniziata all’Accademia di Firenze (1876-79), si
completò all’Accademia di Napoli (1880-82) alla scuola di
Domenico Morelli. Ritornato ad Ascoli, fra il 1883-96,
svolse un’attività intensa che lo portò ad esporre alla
Biennale di Venezia nell’87, poi a Roma, Torino, Vienna e
Monaco; al periodo ascolano risalgono le decorazioni murali
per il Teatro di Montelupone e per la Sala del
consiglio Comunale di Ascoli. Nel ‘96 vinse la cattedra
di figura all’Accademia di Bologna, che conservò fino al
1916; furono suoi allievi Majani, Pizzirani, Protti, i
Pozzati, Romagnoli, Morandi, Licini. Partecipò a varie
mostre dell’Associazione “Francesco Francia”, dedicandosi
spesso anche al ritratto. Al 1905-06 risalgono le
decorazioni della chiesa di Santa Maria Maddalena a
Bologna, e quelle per lo scalone di Palazzo
Ginnasi a Imola. Fra il 1906-12 realizzò altre
decorazioni nella Cattedrale di Spello e nel
palazzo della Provincia di Ascoli; nel 1913 fu coinvolto
da Collamarini nella decorazione della cupola
della Chiesa del Sacro Cuore a Bologna, opera perduta in
seguito ad un crollo nel 1929. Una sua personale di dipinti
fu organizzata a Bologna nel 1924 dal “Cenacolo F. Francia”.
ADOLFO
MAGRINI
La Bonifica
Firmato in b.d. Magrini
Olio su tela, cm. 228,5 x 339
Bologna, Galleria d'Arte Moderna, inv. 93658
Catalogato come
Episodio di storia antica
Le
fotografie del 1911 documentano la collocazione della
tela sul fronte principale del Padiglione nella parete a
destra dell’ingresso, ove era sistemato anche il
pannello di Giacomo Lolli. Il dipinto, indicato con il
titolo La bonifica nel volume dedicato al
Padiglione, sintetizza efficacemente il tema del
lavoro secolare intrapreso nella pianura
emiliano-romagnola per contrastare l’invasione delle
acque. Giuseppe Agnelli - rappresentante per la
provincia di Ferrara nella Commissione Esecutiva
Regionale per il Padiglione - nel presentare l’opera
evidenziava la giusta scelta di assegnare all’artista
ferrarese il compito di “simboleggiare la vittoria degli
umani sulle acque della palude”, rimarcando con una
punta di campanilismo l’importanza delle opere di
bonifica avviate dalla Signoria Estense, che a metà del
XV secolo trasformarono vaste zone paludose in poderi
coltivati. Occorre ricordare che la secolare
controversia fra Bologna e Ferrara sulle acque del Reno,
e la necessità di trovare soluzioni efficaci per
prevenire le disastrose rotte del Po e dei suoi
affluenti appenninici, contribuì tra ‘600 e ‘700 allo
sviluppo della Scienza Idraulica, alla pubblicazione di
studi sull’Idrometria e all’istituzione di specifiche
cattedre universitarie. La lenta e faticosa conquista
del suolo agrario fu realizzata con il controllo e la
canalizzazione delle acque, fino a giungere ad una
accelerazione degli interventi di bonifica solo dopo
l’Unità d’Italia grazie all’invenzione di macchine
idrovore a vapore.
Per rappresentare la grande
tradizione idraulica regionale Adolfo Magrini (Ferrara 1876
- Milano 1957) compose una scena di forte impatto visivo,
concentrata sull’azione collettiva di un gruppo di uomini
impegnati a tendere le funi per il sollevamento del maglio
di un grande battipalo. La possente figura maschile in primo
piano, che volge le spalle alla concitata scena di lavoro,
rimanda ai primitivi abitanti dell’antica Padusa,
descritta dagli storici come una terra inospitale,
perennemente invasa dalle acque. Il linguaggio pittorico di
Magrini, fondato sulla padronanza del disegno e dello studio
del nudo, rivela una forte radice verista, assimilata negli
anni di formazione presso l’Accademia di Napoli ove si
trasferì, dopo due anni di studi all’Accademia di Bologna,
per seguire i corsi di Domenico Morelli, maestro di grande
prestigio che nell’ultimo trentennio dell’800 richiamò
allievi da ogni parte d’Italia. Nel 1911 Magrini aveva già
ottenuto molti riconoscimenti per la sua poliedrica
attività: dopo la presenza alla Biennale veneziana del 1899
espose a Firenze, Roma, Milano, Montecarlo, Monaco, Berlino,
Parigi e Londra, e fin dai primi anni del ‘900 si cimentò
con successo nel campo dell’illustrazione e della grafica,
realizzando manifesti per la stamperia Chappuis di Bologna e
per la Ricordi di Milano, collaborando a Italia ride,
Novissima e alla Divina Commedia edita da
Alinari, e per molti anni con la rivista La
Lettura; nel 1921 realizzò i disegni per Erotici,
edito da Quintieri. Nel corso degli anni Venti e Trenta
illustrò molti libri di fiabe per vari editori. Una sua
personale fu organizzata a Ferrara nel 1928.
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AUGUSTO
MAJANI
L'Agricoltura
Firmato e datato A.
Majani, 1911
Olio su tela, cm. 226,5 x 335
Bologna, Galleria d'Arte Moderna, inv. 2010/E
Il pannello
dedicato all’Agricoltura era stato collocato sul fronte
del Padiglione all’estremità della parete sinistra per
creare una simmetria con la tela di Magrini,
posta all’estremità della parete destra, richiamando
così l’idea della consequenzialità tra le due allegorie,
ovvero tra l’opera di bonificazione e lo sviluppo
agricolo della regione. Appare evidente la distanza del
linguaggio pittorico di Majani, qui orientato e
aggiornato in chiave modernista, dalle prove degli altri
tre artisti ancora legati al verismo ottocentesco.
Majani adotta una soluzione mediata dalla grafica
cartellonistica per sottolineare il contorno di tutti
gli elementi rappresentati, definiti con un segno
omogeneo di colore rosso scuro. La struttura della
composizione, organizzata su vari piani grazie
all’accenno di elementi prospettici, mostra alcune
analogie con quella adottata da Ferri per Lo Studio,
ove le figure appaiono distribuite su piani diversi
grazie all’elemento della scalinata; in entrambi i
dipinti le scritte latine che richiamano il tema
allegorico sono indicate nell’alzata del primo gradino.
Al centro della scena è seduta Pomona, la ninfa romana
che vigilava sulle stagioni e sui frutti della terra,
alla quale si riferisce la frase Alma parens frugum;
alle sue spalle si dispiega un paesaggio agricolo
tipicamente emiliano, con il filare di pioppi sullo
sfondo, i covoni di fieno, il caratteristico casolare e
la scena col carro raffigurante i contadini intenti a
caricare i fasci di canapa. Il pannello decorativo si
discosta dai dipinti realizzati da Majani fino al 1911,
caratterizzati inizialmente dagli studi sul paesaggio di
tipo postimpressionista e dalle tematiche sociali, per
giungere nel primo decennio del ‘900 alle opere
orientate al racconto georgico di contenuto simbolista.
Augusto Majani (Budrio, Bologna 1867 -
Buttrio, Udine 1959) si formò all’Accademia di Bologna fra
il 1883-87, ove seguì i corsi di Antonio Muzzi e Augusto
Sezanne; nell’87-88 iniziò l’attività di caricaturista con
lo pseudonimo “Nasìca”, che per tutta la vita utilizzò per
distinguere questa sua prolifica attività da quella di
Majani pittore. Dall’89 al ‘94 completò gli studi
all’Accademia di Roma, ambiente artistico che lo avvicinò
alla figura di Nino Costa e al gruppo di In Arte Libertas:
a tale periodo risalgono le opere di soggetto agreste e
quelle ispirate alle imprese garibaldine. Tornato a Bologna
iniziò una intensa attività espositiva che lo vide impegnato
fin dal ‘94 nelle iniziative dell’Associazione “Francesco
Francia”. Nel ‘97 partecipò alla Mostra Internazionale di
Bruxelles e nel ’98 all’Esposizione di Torino. Fra il 1897 e
il 1924 espose per ben undici volte alla Biennale di
Venezia. All’inizio del ‘900 contribuì alla nascita della
rivista “Italia ride”, e le sue opere grafiche
trovarono spazio su “Novissima” e nella Divina
Commedia di Alinari. Dal 1905 al 1937 insegnò
all’Accademia di Bologna, prima come “aggiunto” di Domenico
Ferri poi come titolare di Disegno di Figura. Una grande
mostra monografica è stata organizzata dal Comune di Budrio
nel 2002.
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GIACOMO
LOLLI
L'Arte della Ceramica
Olio su tela, cm. 227 x
337
Bologna, Galleria d'Arte Moderna, inv. 2011/E
La scelta di
rappresentare le Arti della regione tramite una scena
dedicata alla Ceramica fu indubbiamente motivata da
ragioni storiche e contingenti, considerando che in
quello scorcio d’anni stava nascendo uno dei più
interessanti musei nazionali, il Museo Internazionale
delle Ceramiche di Faenza. Appare dunque evidente
l’interesse della Commissione Esecutiva Regionale,
e dei rappresentanti tecnici della provincia di Ravenna
(Corrado Ricci, Gaetano Ballardini, Cesare Bezzi), di
richiamare l’attenzione sulla tradizione dell’arte
ceramica faentina, quale esempio emblematico di
continuità tra passato e presente. Poiché il Museo era
stato fondato da soli tre anni - sulla base di un nucleo
di opere donate dai partecipanti all’Esposizione
Internazionale di Faenza del 1908 - appare logico che
Ballardini, fondatore e direttore del museo, in
occasione dell’allestimento del Padiglione fornisse
precise indicazioni a Giacomo Lolli riguardo i pezzi più
significativi da inserire nella scena allegorica
destinata alla parete destra del fronte principale. Con
estrema abilità il pittore riesce a visualizzare alcune
idee essenziali da trasmettere al visitatore, prima fra
tutte quella del primato della ceramica fra le arti
applicate, evocato nella composizione dalla centralità
della figura del garzone di bottega che orgogliosamente
trasporta l’enorme anfora. La continuità tra il passato
e la modernità si materializza nell’esposizione dei
pezzi più significativi delle diverse epoche, scelti
attentamente a partire dal famoso boccale
dell’Astore, evidenziato in basso al centro. Il
boccale, fabbricato in onore di Astorgio II Manfredi
signore di Faenza, era infatti esposto nella sala di
Ravenna insieme alle opere più significative
dell’arte ravennate. L’ambientazione nella bottega di
maioliche rimarca il tema del lavoro artigianale e della
continuità dei saperi capaci di creare bellezza,
aggiornando nel tempo le forme, i colori e le tecniche
produttive.
L’assegnazione dell’incarico
a Lolli fu certamente motivata dalla sua grande esperienza
in vari settori delle arti applicate. Nel 1874 era entrato
all’Accademia di Bologna, dimostrando doti particolari
nell’esecuzione di ritratti, molto apprezzati dalla nobiltà
bolognese. Insieme all’ornatista Aristide Zanasi nell’82
decora la volta della chiesa di S. Benedetto, ma è
solo nel 1888 che ottiene ampio successo decorando il
salone principale dell’Esposizione Emiliana, e in
seguito il Caffè dei Cacciatori e la Pasticceria
Viscardi. Nel ‘94 ebbe la cattedra di pittura decorativa
alla Scuola professionale di Arti Decorative e Industriali
di Firenze (poi Istituto Statale d’Arte), ma non perse il
contatto con Bologna partecipando alle mostre
dell’Associazione “Francesco Francia”; si cimentò anche
nell’illustrazione disegnando per la rivista Italia ride
e per la Divina Commedia edita da Alinari. Fra il
1902-04 realizzò insieme ad artisti russi la decorazione
ornamentale della Chiesa Ortodossa Russa di Firenze;
dipinse inoltre un telo a trompe l’oeil per il vestibolo
della Biblioteca Laurenziana, ad imitazione del soffitto
ligneo della biblioteca. In territorio fiorentino decorò
alcune ville, tanto che un suo fregio fu premiato
all’Esposizione Internazionale di Milano del 1906. Nel 1907
fu incaricato della decorazione del soffitto della
sala Toscana alla Biennale di Venezia.
Maria Cecilia
Ugolini
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