Bologna

2012


Palazzo Fava

19 maggio - 2 settembre

Palazzo d'Accursio

1 - 30 giugno


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Studio e Lavoro

Studio e Lavoro sono i temi delle quattro tele inserite sul fronte del padiglione emiliano-romagnolo ai lati dell’ingresso ad accogliere i visitatori. Il volume che Giuseppe Agnelli scrisse per l’occasione – Il Padiglione Emiliano Romagnolo a Roma nel Cinquantesimo anno dell’Unità d’Italia - corredato da un nutrito repertorio fotografico, riporta i nominativi di tutte le maestranze coinvolte nell’impresa, professionisti artisti e artigiani, dai progettisti ai muratori esecutori; per ciascuna città compaiono i nomi dei più prestigiosi pittori e operatori dei settori artigianali dei luoghi al seguito degli esponenti della cultura artistica e letteraria, a cominciare da Alfonso Rubbiani, ideatore e depositario del volto neomedievale di Bologna esaltata da Giosuè Carducci al ravennate Corrado Ricci, direttore generale delle Antichità e Belle Arti, peraltro voce critica della completa applicazione dei progetti per Roma 1911.

Lo Studio, conosciuto per ora solo dalla fotografia e non ancora rintracciato, opera di Domenico Ferri in sintonia con le più celebri invenzioni pittoriche di Adolfo de Carolis impegnato al momento nell’impresa di Palazzo del Podestà, è indicativo dell’identità preclara dell’Università di Bologna quale prima sede accademica d’Italia; è un compendio di esibizioni simboliche, corpi e monumenti insieme, figure quasi sacrali per la città della giurisprudenza al servizio del buon governo sotto la protezione dei celebri glossatori di cui si intravedono le tombe sullo sfondo. L’immagine non è puramente rappresentativa, suggerisce altri significati rivelatori di una esistenza non oggettiva delle cose bensì ideale, proiettata comunque a dare un preciso significato alla tradizione dello Studio bolognese quale fucina ininterrotta del sapere.

Se l’Agricoltura di Majani può definirsi una vera e propria allegoria, vale a dire una rappresentazione esplicita per immagini di una realtà precisa, resa da elementi concreti perfettamente riconoscibili, la Bonifica di Magrini è una partitura complessa per una sceneggiatura narrativa di una storia antica che si ripete nel presente a riscattarne tutto il valore. Animato dal michelangiolismo dei corpi, il dipinto esibisce il lavoro come espressione titanica dell’energia dell’uomo volto a convertire le forze della natura da nemiche a supporti del progresso e della civiltà.  L’allusione al risanamento delle valli paludose è esplicita: l’uomo si trasfigura nell’eroe, gli atti e gli sforzi muscolari degli astanti rispondono ad una logica oratoria che discende dagli esempi, divenuti ideali, delle prime raffigurazioni del lavoro di fine secolo di ascendenza divisionista, trovando anche nella pittura a sfondo sociale un altro presupposto.
Un ascendente diretto sembra essere l’Allegoria del Lavoro che Carlo Carrà dipinse nel 1905 per la Cooperativa Pittori e Imbianchini di Milano presso cui lavorava come imbianchino, un quadro del tutto simbolista che nell’iconografia influenzerà non poche immagini del lavoro e dei lavoratori successive, fino al manifesto per l’Esposizione Industriale di Torino del 1911. Magrini è l’artista che più degli altri ricerca in un passato arcaico le radici e le ragioni strumentali per ripartire “dal basso”, ovvero dal territorio, verso la riconquista delle terre tiranneggiate dalle acque; egli esprime lo stretto rapporto di saldatura fra l’immagine e lo spazio deputato alla rappresentazione, cioè le valli primitive nel loro aspetto, ma addomesticabili dall’uomo.

L’Agricoltura di Majani ne è la “opportuna rispondenza” (Agnelli), ovvero la conseguenza della bonificazione idraulica che apre la strada ad un mondo georgico sul quale regna una divinità agreste dispensatrice di doni: Pomona. Qui il tenore allegorico vince sul racconto con una ingegnosità sintetista di motivi del lavoro contadino che l’artista aveva affrontato direttamente sul reale quattro anni prima in soggetti a sfondo sociale sulla vita dei campi.  Il contadino riceve pomi dalla dea che altro non è se non il perno simbolico dei suoi stessi gesti stagionali con i quali crea la ricchezza dei raccolti di cui è quindi artefice primario e insieme depositario. Siamo fra lirismo ed evocazione mitica, elementi propri del decorativismo dell’epoca che soprattutto in Adolfo de Carolis trovavano ampia espressione, con una forte propensione al piacere del pittoresco e dell’illustrazione colta.  Il lavoro, convertito da fatica a dignità operativa, è qui anche elemento etnofolklorico della periferia rurale che deve costituire un poderoso ricostituente per le sorti future del paese.

A rimarcare il volto dell’Emilia Romagna in cammino, la Ceramica di Lolli rispondeva, nella costante connessione passato-presente, dei fenomeni di risorgimento dell’economia artigianale ancorata sulle aspirazioni degli “eredi” delle genialità locali del Medio Evo e del Rinascimento: la ceramica come ininterrotta vocazione faentina poteva ben rappresentare il modello artistico-industriale cui affidare una produzione di alta e riconosciuta qualità tecnica e tecnologica, improntata alla miglior tradizione figurativa. Qui il precedente risiedeva nei brillanti risultati ottenuti dalla Esposizione Internazionale torricelliana di Faenza del 1908, nella quale la ceramica aveva fatto la parte del leone guadagnando alla città anche un inedito museo delle ceramiche, soggetto anomalo nel panorama museale italiano, intessuto fra storia, tecnica e industria.  Il dipinto esibisce la scena tipica di una bottega storica (si pensi che la mostra di Roma, nelle ricreazioni della sezione etnografica, comprendeva anche una fornace dove si cuocevano oggetti in ceramica, una sorta di suggestivo tableau vivant) dove fervono i lavori di tornitura, decorazione e cottura. Ma se campeggia in primo piano l’operaio magazziniere in posa dinamica, sono le ceramiche ad accaparrarsi la scena, ordinate in un ricco repertorio di forme coincidenti con le opere che dettero vita al museo faentino: un colpo da maestro, suggerito senza dubbio da Gaetano Ballardini primo direttore e membro del comitato esecutivo del padiglione per la città di Ravenna. Vengono perciò qui a coincidere simbolicamente, per campioni reali, tutti gli elementi dell’epopea del vasaio, operaio dell’industria e interprete di bellezza, cui è affidata la rappresentazione della storia e insieme la rianimazione di prodotti speciali. In dimensione narrativa, ancora una volta il lavoratore è soggetto centrale nello sviluppo del paese.

Jadranka Bentini

  

  

CLETO CAPRI

Mietitura (Flava Ceres)

Firmato in b.d. Cleto Capri
Olio su tela, cm. 186 x 280
(con cornice originale cm. 226 x 315)
Bologna, Collegio Artistico Venturoli

Al termine del primo ciclo di studi presso il Collegio Artistico  Venturoli (1885-93) al giovane Cleto Capri fu assegnato il “premio Angiolini”, una borsa di studio quadriennale che gli consentì di completare la propria formazione anche con brevi soggiorni a Roma e a Venezia. Alla fine di ogni anno lasciò al Collegio vari dipinti, alcuni legati proprio a questi viaggi, mentre a conclusione del quadriennio lasciò un grande quadro, indicato dal Rettore del Collegio con il titolo “Flava Ceres”. Le dimensioni e il tema raffigurato non lasciano dubbi sulla corrispondenza con Mietitura, titolo indicato nella cornice originale. L’opera fu esposta nel 2001 alla mostra “Norma e arbitrio: architetti e ingegneri a Bologna 1850-1950” con il titolo Mietitura a Sabbiuno; il vasto paesaggio collinare pare infatti riferirsi a quel tratto dei colli bolognesi caratterizzato dai profondi calanchi che affiancano la strada tracciata sul crinale di Sabbiuno. Le misure impegnative della tela e la straordinaria abilità pittorica con la quale l’artista riesce a coniugare l’attenzione per il tema sociale con la sensibilità coloristica nei confronti del contesto paesaggistico, segnano un traguardo e una tappa importante nel percorso del giovane Capri, ormai ben inserito nell’ambiente  artistico bolognese, animato da vivaci e poliedriche figure di artisti. Sono gli anni in cui Rubbiani e i suoi collaboratori (Collamarini, Tartarini, Casanova, Sezanne) avviano le decorazioni in stile floreale delle cappelle della Chiesa di S. Francesco, e al contempo viene fondata l’Associazione per le Arti “Francesco Francia” che, con le mostre allestite nel Salone del Podestà e l’esposizione dei lavori presentati per i concorsi (Baruzzi e Curlandese), stimola l’attività di molti giovani e il confronto tra generazioni. Sono per Capri anni decisivi, infatti negli scritti conservati presso il Collegio dichiara un forte interesse per la decorazione murale, alla quale poi si dedicherà con assiduità senza però trascurare l’attività pittorica.

Cleto Capri (Bologna 1873-1965) entrò dodicenne al Collegio Artistico Venturoli (istituzione nata nel 1820 per volontà dell’architetto Angelo Venturoli allo scopo di preparare e sostenere giovani artisti),  completando il primo ciclo di studi  fra il 1885-93 ottenendo, tramite il “premio Angiolini”, di restare nel Collegio fino al ’97. Ebbe per maestro di decorazione Alfredo Tartarini e per compagni Giuseppe Romagnoli e Alberto Pasquinelli, con i quali collaborerà nell’ambito dell’Aemilia Ars, cimentandosi in vari settori delle arti applicate. Dal ’95 aderì con assiduità alle mostre dell’Associazione per le Arti “Francesco Francia”, tanto che nel 1913 si fece promotore con Majani, Baruffi, Collamarini e altri, di un nuovo programma per la Società. Nel ’98 partecipò all’Esposizione Generale Italiana di Torino  insieme ai più importanti pittori bolognesi dell’epoca; nel 1900 collaborò alla rivista Italia ride diretta da Majani, nel 1905-06  partecipò alla Mostra degli Amatori e Cultori di Belle Arti  di Roma  e all’Esposizione Internazionale di Milano. Una consolidata esperienza nella decorazione murale gli permise di vincere la gara per il Padiglione Emiliano Romagnolo, realizzato a Roma per il 50° anniversario dell’Unità d’Italia. L’attività di pittore e di decoratore proseguì in parallelo, infatti all’inizio degli anni ’30 si occupò delle decorazioni per la nuova Tesoreria della Banca d’Italia di Bologna, e nel ’32-33 partecipò a mostre collettive con paesaggi di soggetto veneziano.

 

DOMENICO FERRI

Lo Studio (Studium)

Firmato in b.s. D. Ferri
Olio su tela, cm. 227 x 337
Proprietà del Comune di Bologna
(collocazione attuale ignota)

I documenti dell’Archivio Storico Comunale segnalano che i quattro dipinti ideati per il Padiglione Emiliano Romagnolo furono donati al Comune di Bologna dalla Commissione Esecutiva Regionale, come attesta la lettera inviata dal Presidente della Commissione Piero Bianconcini al Sindaco Giuseppe Tanari il 19 novembre 1910. Al rientro da Roma è probabile che le tele siano state collocate nel Palazzo dei Notai, come segnala il carteggio intercorso nel 1922 tra il Comune e l’Associazione Generale fra gli impiegati civili in Bologna, relativo alla richiesta del Presidente dell’Associazione di avere in deposito due pannelli per ornare il salone delle assemblee nel palazzo di via Zamboni 32 (oggi sede del Dipartimento di Filologia classica e Italianistica). Con il permesso della Soprintendenza le tele di Ferri e di Majani furono trasferite presso l’Associazione, alla quale il Comune rinnovò la concessione nel 1929 conservando la proprietà delle opere. Dopo tale data non si hanno più notizie del dipinto di Ferri, mentre gli altri tre pannelli confluirono in date imprecisate alla Galleria d’Arte Moderna.

La tela di Domenico Ferri (Castel di Lana, Ascoli Piceno 1857 - Bologna 1956) era stata collocata sul fronte del Padiglione a sinistra dell’ingresso principale, accanto a quella di Majani. La composizione allegorica, evocativa delle origini dello Studium bolognese, focalizzava l’attenzione sul personaggio del giovane lettore seduto, circondato da tre figure togate recanti le insegne rettorali. Idealmente ambientata in prossimità delle Tombe dei Glossatori e della chiesa di San Francesco, la scena era dunque un richiamo ad Accursio e alla gloriosa scuola dei giuristi; il rimando al restauro dei tre sepolcri duecenteschi, realizzato da Alfonso Rubbiani fra il 1888-93, pare una citazione dell’episodio allegorico proposto nel 1908 da Adolfo De Carolis  per il ciclo decorativo del Salone del Palazzo del Podestà. Fra i pittori incaricati di celebrare le glorie regionali Ferri era l’unico non emiliano, ma bolognese d’adozione fin dal 1896, artista stimato ed esperto nella pittura su grandi superfici. La sua formazione, iniziata all’Accademia di Firenze (1876-79), si completò all’Accademia di Napoli (1880-82) alla scuola di Domenico Morelli. Ritornato ad Ascoli, fra il 1883-96, svolse un’attività intensa che lo portò ad esporre alla Biennale di Venezia nell’87, poi a Roma, Torino, Vienna e Monaco; al periodo ascolano risalgono le decorazioni murali per il Teatro di Montelupone e per la Sala del consiglio Comunale di Ascoli. Nel ‘96 vinse la cattedra di figura all’Accademia di Bologna, che conservò fino al 1916; furono suoi allievi Majani, Pizzirani, Protti, i Pozzati, Romagnoli, Morandi, Licini. Partecipò a varie mostre dell’Associazione “Francesco Francia”, dedicandosi spesso anche al ritratto. Al 1905-06 risalgono le decorazioni della chiesa di Santa Maria Maddalena a Bologna, e quelle per lo scalone di Palazzo Ginnasi a Imola. Fra il 1906-12 realizzò altre decorazioni nella Cattedrale di Spello e nel palazzo della Provincia di Ascoli; nel 1913 fu coinvolto da Collamarini  nella decorazione della cupola della Chiesa del Sacro Cuore a Bologna, opera perduta in seguito ad un crollo nel 1929. Una sua personale di dipinti fu organizzata a Bologna nel 1924 dal “Cenacolo F. Francia”.

 

  

ADOLFO MAGRINI

La Bonifica

Firmato in b.d. Magrini
Olio su tela, cm. 228,5 x 339
Bologna, Galleria d'Arte Moderna, inv. 93658
Catalogato come
Episodio di storia antica

Le fotografie del 1911 documentano la collocazione della tela sul fronte principale del Padiglione nella parete a destra dell’ingresso, ove era sistemato anche il pannello di Giacomo Lolli. Il dipinto, indicato con il titolo La bonifica nel volume dedicato al Padiglione, sintetizza efficacemente il tema del lavoro secolare intrapreso nella pianura emiliano-romagnola per contrastare l’invasione delle acque. Giuseppe Agnelli - rappresentante per la provincia di Ferrara nella Commissione Esecutiva Regionale per il Padiglione - nel presentare l’opera evidenziava la giusta scelta di assegnare all’artista ferrarese il compito di “simboleggiare la vittoria degli umani sulle acque della palude”, rimarcando con una punta di campanilismo l’importanza delle opere di bonifica avviate dalla Signoria Estense, che a metà del XV secolo trasformarono vaste zone paludose in poderi coltivati. Occorre ricordare che la secolare controversia fra Bologna e Ferrara sulle acque del Reno, e la necessità di trovare soluzioni efficaci per prevenire le disastrose rotte del Po e dei suoi affluenti appenninici, contribuì tra ‘600 e ‘700 allo sviluppo della Scienza Idraulica, alla pubblicazione di studi sull’Idrometria e all’istituzione di specifiche cattedre universitarie. La lenta e faticosa conquista del suolo agrario fu realizzata con il controllo e la canalizzazione delle acque, fino a giungere ad una accelerazione degli interventi di bonifica solo dopo l’Unità d’Italia grazie all’invenzione di macchine idrovore a vapore.

Per rappresentare la grande tradizione idraulica regionale Adolfo Magrini (Ferrara 1876 - Milano 1957) compose una scena di forte impatto visivo, concentrata sull’azione collettiva di un gruppo di uomini impegnati a tendere le funi per il sollevamento del maglio di un grande battipalo. La possente figura maschile in primo piano, che volge le spalle alla concitata scena di lavoro, rimanda ai primitivi abitanti dell’antica Padusa, descritta dagli storici come una terra inospitale, perennemente invasa dalle acque. Il linguaggio pittorico di Magrini, fondato sulla padronanza del disegno e dello studio del nudo, rivela una forte radice verista, assimilata negli anni di formazione presso l’Accademia di Napoli ove si trasferì, dopo due anni di studi all’Accademia di Bologna, per seguire i corsi di Domenico Morelli, maestro di grande prestigio che nell’ultimo trentennio dell’800 richiamò allievi da ogni parte d’Italia. Nel 1911 Magrini aveva già ottenuto molti riconoscimenti per la sua poliedrica attività: dopo la presenza alla Biennale veneziana del 1899 espose a Firenze, Roma, Milano, Montecarlo, Monaco, Berlino, Parigi e Londra, e fin dai primi anni del ‘900 si cimentò con successo nel campo dell’illustrazione e della grafica, realizzando manifesti per la stamperia Chappuis di Bologna e per la Ricordi di Milano, collaborando a Italia ride, Novissima  e alla Divina Commedia  edita da Alinari, e per molti anni con la rivista La Lettura; nel 1921 realizzò i disegni per Erotici, edito da Quintieri. Nel corso degli anni Venti e Trenta illustrò molti libri di fiabe per vari editori. Una sua personale fu organizzata a Ferrara nel 1928.

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AUGUSTO MAJANI

L'Agricoltura

Firmato e datato A. Majani, 1911
Olio su tela, cm. 226,5 x 335
Bologna, Galleria d'Arte Moderna, inv. 2010/E
 

Il pannello dedicato all’Agricoltura era stato collocato sul fronte del Padiglione all’estremità della parete sinistra per creare una simmetria con la tela di Magrini, posta all’estremità della parete destra, richiamando così l’idea della consequenzialità tra le due allegorie, ovvero tra l’opera di bonificazione e lo sviluppo agricolo della regione. Appare evidente la distanza del linguaggio pittorico di Majani, qui orientato e aggiornato in chiave modernista, dalle prove degli altri tre artisti ancora legati al verismo ottocentesco. Majani adotta una soluzione mediata dalla grafica cartellonistica per sottolineare il contorno di tutti gli elementi rappresentati, definiti con un segno omogeneo di colore rosso scuro. La struttura della composizione, organizzata su vari piani grazie all’accenno di elementi prospettici, mostra alcune analogie con quella adottata da Ferri per Lo Studio, ove le figure appaiono distribuite su piani diversi grazie all’elemento della scalinata; in entrambi i dipinti le scritte latine che richiamano il tema allegorico sono indicate nell’alzata del primo gradino. Al centro della scena è seduta Pomona, la ninfa romana che vigilava sulle stagioni e sui frutti della terra, alla quale si riferisce la frase Alma parens frugum; alle sue spalle si dispiega un paesaggio agricolo tipicamente emiliano, con il filare di pioppi sullo sfondo, i covoni di fieno, il caratteristico casolare e la scena col carro raffigurante i contadini intenti a caricare i fasci di canapa. Il pannello decorativo si discosta dai dipinti realizzati da Majani fino al 1911, caratterizzati inizialmente dagli studi sul paesaggio di tipo postimpressionista e dalle tematiche sociali, per giungere nel primo decennio del ‘900 alle opere orientate al racconto georgico di contenuto simbolista.

Augusto Majani (Budrio, Bologna 1867 - Buttrio, Udine 1959) si formò all’Accademia di Bologna fra il 1883-87, ove seguì i corsi di Antonio Muzzi e Augusto Sezanne; nell’87-88 iniziò l’attività di caricaturista con lo pseudonimo “Nasìca”, che per tutta la vita utilizzò per distinguere questa sua prolifica attività da quella di Majani pittore. Dall’89 al ‘94 completò gli studi all’Accademia di Roma, ambiente artistico che lo avvicinò alla figura di Nino Costa e al gruppo di In Arte Libertas: a tale periodo risalgono le opere di soggetto agreste e quelle ispirate alle imprese garibaldine. Tornato a Bologna iniziò una intensa attività espositiva che lo vide impegnato fin dal ‘94 nelle iniziative dell’Associazione “Francesco Francia”. Nel ‘97 partecipò alla Mostra Internazionale di Bruxelles e nel ’98 all’Esposizione di Torino. Fra il 1897 e il 1924 espose per ben undici volte alla Biennale di Venezia. All’inizio del ‘900 contribuì alla nascita della rivista “Italia ride”, e le sue opere grafiche trovarono spazio su “Novissima” e nella Divina Commedia di Alinari. Dal 1905 al 1937 insegnò all’Accademia di Bologna, prima come “aggiunto” di Domenico Ferri poi come titolare di Disegno di Figura. Una grande mostra monografica è stata organizzata dal Comune di Budrio nel 2002.

 

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GIACOMO LOLLI

L'Arte della Ceramica

Olio su tela, cm. 227 x 337
Bologna, Galleria d'Arte Moderna, inv. 2011/E

 

La scelta di rappresentare le Arti della regione tramite una scena dedicata alla Ceramica fu indubbiamente motivata da ragioni storiche e contingenti, considerando che in quello scorcio d’anni stava nascendo uno dei più interessanti musei nazionali, il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza. Appare dunque evidente l’interesse della Commissione Esecutiva Regionale, e dei rappresentanti tecnici della provincia di Ravenna (Corrado Ricci, Gaetano Ballardini, Cesare Bezzi), di richiamare l’attenzione sulla tradizione dell’arte ceramica faentina, quale esempio emblematico di continuità tra passato e presente. Poiché il Museo era stato fondato da soli tre anni - sulla base di un nucleo di opere donate dai partecipanti all’Esposizione Internazionale di Faenza del 1908 - appare logico che Ballardini, fondatore e direttore del museo, in occasione dell’allestimento del Padiglione fornisse precise indicazioni a Giacomo Lolli riguardo i pezzi più significativi da inserire nella scena allegorica destinata alla parete destra del fronte principale. Con estrema abilità il pittore riesce a visualizzare alcune idee essenziali da trasmettere al visitatore, prima fra tutte quella del primato della ceramica fra le arti applicate, evocato nella composizione dalla centralità della figura del garzone di bottega che orgogliosamente trasporta l’enorme anfora. La continuità tra il passato e la modernità si materializza nell’esposizione dei pezzi più significativi delle diverse epoche, scelti attentamente a partire dal famoso boccale dell’Astore, evidenziato in basso al centro. Il boccale, fabbricato in onore di Astorgio II Manfredi signore di Faenza, era infatti esposto nella sala di Ravenna insieme alle opere più significative dell’arte ravennate. L’ambientazione nella bottega di maioliche rimarca il tema del lavoro artigianale e della continuità dei saperi capaci di creare bellezza, aggiornando nel tempo le forme, i colori e le tecniche produttive.

L’assegnazione dell’incarico a Lolli fu certamente motivata dalla sua grande esperienza in vari settori delle arti applicate. Nel 1874 era entrato all’Accademia di Bologna, dimostrando doti particolari nell’esecuzione di ritratti, molto apprezzati dalla nobiltà bolognese. Insieme all’ornatista Aristide Zanasi nell’82 decora la volta della chiesa di S. Benedetto, ma è solo nel 1888 che ottiene ampio successo decorando il salone principale dell’Esposizione Emiliana, e in seguito il Caffè dei Cacciatori e la Pasticceria Viscardi. Nel ‘94 ebbe la cattedra di pittura decorativa alla Scuola professionale di Arti Decorative e Industriali di Firenze (poi Istituto Statale d’Arte), ma non perse il contatto con Bologna partecipando alle mostre dell’Associazione “Francesco Francia”; si cimentò anche nell’illustrazione disegnando per la rivista Italia ride e per la Divina Commedia edita da Alinari. Fra il 1902-04 realizzò insieme ad artisti russi la decorazione ornamentale della Chiesa Ortodossa Russa di Firenze; dipinse inoltre un telo a trompe l’oeil per il vestibolo della Biblioteca Laurenziana, ad imitazione del soffitto ligneo della biblioteca. In territorio fiorentino decorò alcune ville, tanto che un suo fregio fu premiato all’Esposizione Internazionale di Milano del 1906. Nel 1907 fu incaricato della decorazione del soffitto della sala Toscana alla Biennale di Venezia.

Maria Cecilia Ugolini